La prima gara.
Non sono mai stato un agonista, un po’ per scelta, un po’
per pigrizia e magari anche a causa di un qualche poco conosciuto timore
reverenziale… Insomma, niente di niente, a parte le
partitelle scapoli-ammogliati, dove, si sa, dopo i preamboli del tipo “semo tuti fradei,
sioghemo a divertirse” l’agonismo
va oltre, fino agli istinti più bestiali: mordere le caviglie, staccare
orecchie (Tyson ha imparato da noi guardando il
nostro video amatoriale), testate intimidatorie fino ad inseguire
A parte le battute, ieri sera con agli amici Ricky e Alex, ho partecipato alla mia prima sci-alpinistica in notturna. In assoluto la mia prima partecipazione ad una competizione di tutta la mia vita. Non voglio dilungarmi e annoiarvi con dati tecnici, quote, tempi, alimentazione, temperatura, equipaggiamenti super tecnici, punteggi o classifiche. Ma semplicemente raccontarvi come, con la consapevolezza di non essere in uno stato di forma nemmeno sufficiente, e senza alcuna velleità di primeggiare, si possa comunque trarre delle soddisfazioni, e soprattutto delle motivazioni, partecipando a questo tipo di competizioni.
Tranquillo e rilassato, con puro spirito decoubertiniano mi sono piazzato subito dietro a tutti, in attesa che lo speaker desse il via. Un fischio e una mandria di cavalli di razza si sono messi a galoppare. Vi giuro che lo spostamento d’aria e le vibrazioni sul terreno, quasi quasi mi buttavano a terra. Per poco, solo per pochi minuti ho seguito con gli occhi, questo spettacolo di galoppatori illuminati dai fari della pista. Poi la sforzo e la fatica mi hanno da subito suggerito di concentrarmi sulla mia salita. Fin dai primi passi, mi è parso chiaro che la gara sarebbe stata una lunga e umiliante agonia, destinata a fallire in un misero ritiro. Vi confesso che ci sono arrivato molto vicino, pensando di raccontare agli amici una qualche scusa, del tipo “ho un crampo al dito mignolo”, oppure “il lobo destro congelato”, o un più plausibile “le pelli che non tenevano”.
Come si dice in gergo, il fiato faceva fatica a rompersi. I muscoli ancora non riuscivano a sciogliersi. Ero in un bagno di sudore, con i polmoni che respiravano a fatica, e le narici che non riuscivano a liberarsi. Insomma, un disastro. E non stavo assolutamente correndo. Anzi, stavo tranquillamente (eufemismo), camminando! Ma il terreno di gioco, ogni tanto mi dava una mano. Dopo ogni breve rampetta, infatti c’era quasi sempre una stradina che mi permetteva di rifiatare. Cercavo di regolarizzare il respiro e di raddrizzarmi un po’ sulle gambe. Allargavo la cassa toracica per respirare meglio e più a fondo. Quando non bastava, rallentavo ancora e facevo finta di essere praticamente…IN GITA. Di tanto in tanto, qualche buonanima a bordo pista m’incitava, forse impietosito dalla mia condizione, a continuare e a tener duro. A tener duro, che cosa !?, me lo sono chiesto per tutta la durata della gara.
E così via, mestamente, piano-piano, per tutto il percorso, incurante di ogni tipo di disquisizione agonistico/tecnica, del tipo “avversari da superare (…erano tutti davanti a me)” oppure “salite da aggredire (…erano loro che aggredivano i miei quadricipiti)” sono arrivato a vedere il punto di arrivo illuminato dalle torce. La soddisfazione è stata immensa, anche se questa non ha certo alleviato le pene della fatica. Al contrario delle gesta eroiche di atleti più navigati, quando gli ultimi metri servono a tirar fuori adrenalina ed energia nascoste, con exploit al limite del miracoloso, i miei ultimi metri si sono rivelati ancora più faticosi e pesanti. Non finivano mai. Sembrava che l’arrivo si spostasse all’indietro invece che avvicinarsi.
Ho realizzato di aver fatto qualcosa d’importante, solo all’arrivo quando ho sentito il cronometrista che mi comunicava il
tempo impiegato. Non per il dato numerico, ma semplicemente per essermi reso
conto che ero arrivato. In quel momento, e in pochi nani-secondo, ho sentito
crescere dentro una grande soddisfazione. Mi sono congratulato, e ho sentito una
sorta di spirito di rivalsa, che mi ammoniva del tipo “hai visto che ce la puoi
fare?!?! Da quel momento, da quel preciso istante, nuove
e inaspettate motivazioni hanno incominciato a frullarmi per
E non posso esimermi dal ricordare il piacere provato, nell’incontrare all’arrivo i compagni di avventura. Trovare degli amici che ti aspettano con un sorriso, che si congratulano sinceramente per la prestazione, senza sapere se sei arrivato primo o ultimo, è di grande supporto oltre che essere molto rassicurante. Quattro chiacchiere insieme, giusto il tempo di rifiatare prima di prendere la discesa tutta d’un fiato. Ma non è ancora finita. Ci si ritrova tutti, atleti e amici, nonché organizzatori, insieme per il convivio finale. S’incontrano vecchi amici e se ne conoscono di altri per scambiarsi esperienze e darsi appuntamento alle prossime manifestazioni.
La soddisfazione di aver rivissuto, in questa prima esperienza agonistica, i valori sui quali si basa la nostra associazione, è stata davvero grande: valori di sport, nonché di vita. Valori che ci insegnano ad essere partecipi sempre nella quotidianità. Credere in noi stessi e nelle nostre possibilità e saperle condividere con gli altri. Non è importante per quale obiettivo, ma semplicemente incominciare a realizzarlo.
Michele.