Come non soffrire troppo alla Civetta Ski Raid

Ciao a tutti.
Probabilmente le cose che leggerete qui sotto vi sono già note. Nel qual caso, spero almeno di farvi sorridere.Se, invece, anche uno solo di questi consigli vi tornerà utile, bene!: avrò raggiunto il mio miglior risultato.

Ah, dimenticavo: queste righe sono state pensate “in diretta”, durante la Civetta Ski Raid, nella quale si è consumato un vero e proprio dramma.

1 .provate il percorso di gara e  non partite all’arrembaggio, senza aver mai testato le salite e le discese.

In questo modo potrete evitare quello che è successo a me. Infatti, per un meccanismo inconscio di protezione, la mia testa, dopo la seconda salita, aveva rimosso tutte le informazioni sul percorso che avevo memorizzato (dislivelli, pendenza, lunghezza) con il risultato che ad ogni curva le mie esclamazioni erano del seguente tenore: “ma quanta salita ancora!!!”…..”ma quanto manca….??” …”ma dove sono??” Quest’ultima esclamazione è divenuta ricorrente alla fine della terza salita, dove ho avuto la netta sensazione di non sapere più dove mi trovavo, con immaginabili ripercussioni sul mio morale.

2. Provate i materiali. Tutti!

a.       Uso degli attacchi. Se, come me, calzate per la prima volta gli attacchi dynafit, non affidatevi alla vostra manualità. È del tutto inutile. Quegli attacchi, infatti, una volta si attaccano. Tre volte no. Dovete imparare, piuttosto, a dialogare con loro, dovete diventare loro amici. Altrimenti, come è successo a me, si scatena una feroce battaglia ad ogni cambio pelle, quando bisogna sganciare, riattaccare, chiudere gli attacchi per la discesa, partire, evitare di cadere. Quest’ultima operazione risulta particolarmente difficile se l’attacco è stato chiuso male (v. anche la voce pila frontale) e fra sci e scarpone si forma un’angolazione di 10-15 gradi. Dopo circa 30-40 metri farete un involontario curvone, grazie alla sciancratura dello sci, ed ovviamente andrete dalla parte del bosco e della neve fresca!
b.      Uso delle pelli di foca. Al terzo cambio pelle, le mie uniche pelli di foca erano completamente bagnate, e quando cercavo di attaccarle alla soletta, scivolavano come gocce d’acqua sul vetro. E il destino si accanisce con gli sventurati: la salita che dovevo affrontare non era come tutte le altre (cioè su pista battuta ripida) ma su neve fresca. Così, spalleggiando gli sci, ho dovuto affrontare neve fonda fino al ginocchio. L’unica nota positiva di tale dramma è stato che ho sviluppato un tale calore (a -8 sudavo come nelle peggiori giornate di agosto) da poter asciugare le pelli per la salita successiva.
c.       Uso della pila frontale. Apparentemente le pile a led hanno una durata lunghissima. Appena accese sembrano fare una bella luce brillante. Ma non è così! Dopo un po’ la mia pila ha cominciato a fare sempre meno luce, complice anche il freddo. Anzi, a tratti si spegneva e questo avveniva ovviamente quando la luce sarebbe stata più utile, cioè quando dovevo attaccare gli sci, o quando dovevo capire da che parte scendere. Tutto questo, chiaramente, accadeva mentre mi sfrecciavano a fianco altri scialpinisti, dotati di fari allo xenon, con tanto di abbagliante a anabbagliante, e pure antinebbia!!!
d.      L’abbigliamento. Su questo non ci sarebbe molto da dire. Ma anche il più piccolo dettaglio nell’ambito di una gara si rivela importante. Ad esempio: avevo ritenuto che i miei pantaloni da mountain bike invernale potessero essere comodi. Aderenti, dotati di wind stopper. Mancava solo un piccolo, e apparentemente insignificante, dettaglio. La ghetta. Purtroppo, nella devastante salita sulla neve fonda, con gli sci in spalla, lo scarpone non veniva protetto dalla ghetta, così tutta la neve che lo circondava finiva direttamente a contatto con il piede ed il calzino. Vi lascio immaginare la meravigliosa sensazione di confort. Anche perché la neve si consolidava all’interno dello scarpone, creando una vera e propria scarpetta supplementare. Ovviamente ghiacciata

3. Non fidatevi troppo delle indicazioni dei posti di controllo.

“Mancano 10 minuti”. Si, ma fatti dal primo! Nel mio caso era meglio incitarmi con: “coraggio, arriva la motoslitta” (non mi sarei fatto caricare neanche di peso!!!) Anche i consigli pratici, talvolta, non corrispondono alle soluzioni migliori. Ad esempio, mi hanno suggerito di percorrere un breve tratto di discesa con le pelli montate (le mie pelli erano miracolosamente incollate….). dopo un breve tratto di discesa, praticamente al buio (la pila frontale non perdona), mi accorgo di dover affrontare un curvone. La mia velocità è sostenuta; l’attacco è sganciato. Imposto la curva, metto gli sci sugli spigoli. Le pelli si staccano. Entrambe. Io, con gli sci ora liberi scivolo inevitabilmente verso l’esterno curva (neve fresca, immancabili arbusti) impiantandomi su un cumulo di neve e finendo di faccia qualche metro più avanti. Immediata perdita della pila frontale. Sganciamento di uno sci. I tempi di ritrovamento del materiale hanno abbattuto il mio già basso morale: le pelli di foca, infatti, erano rimaste in mezzo alla pista; la pila frontale, spenta, era in mezzo alla neve ed uno sci era finito dentro gli arbusti.

4. Il rapporto con i cannoni sparaneve.

Durante la gara (e questa, è l’unica vera doglianza di questa semiseria narrazione) hanno continuato a tenere in funzione i cannoni sparaneve. L’effetto che si creava era simile a quello di una piccola bufera. La vista si annebbiava, il viso si riempiva di neve. La respirazione diventava più affannosa. All’inizio cercavo la traiettoria che mi consentiva di essere colpito solo di striscio. Ma, man mano che la mia lucidità veniva meno, passavo sotto i cannoni quasi con rassegnata indifferenza. Verso la fine della gara, il getto di neve sparato dai cannoni e illuminato dalle luci assumeva ai miei occhi quasi le sembianze di fiamme infernali, all’interno delle quali io, povero dannato, sarei stato inghiottito.

Beh. Nonostante tutto, sono riuscito ad arrivare in fondo e la cosa che mi ha reso più felice è stata quella di non aver mollato, nemmeno quando ormai non c’era più niente da fare! Ecco la foto di chi ha avuto la fortuna di vivere questa emozione.

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Riccardo Padesi

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