Molti articoli che parlano di montagne e trekking elogiano sempre i ritmi lenti “che la montagna impone”, come cose sempre positive; perchè si distendono i nervi; perchè si esce dallo stress e dalla frenecità delle città, dove i ritmi sono troppo serrati per l’uomo; perchè i ritmi lenti ci permettono di entrare in contatto con la natura. Tutte cose vere e condivisibili, si dimentica però un particolare, più ore si stà fuori-porta più tempo si rimane esposti ai pericoli. Chi pratica lo sci-alpinismo, l’alpinismo e l’arrampicata in montagna sà che il compiere il proprio gesto nel minor tempo possibile è di vtale importanza, questa però non è sindrome da prestazione, è spirito di conservazione. L’escursionista inesperto forse non mette in conto che se sopraggiunge un temporale mentre si trova in ferrata mette a repentaglio la sua vita, quello avveduto prima di tutto non si avventura sui cavi d’acciaio se le previsioni meteo non sono favorevoli ed in secondo luogo, cerca di toglersi dai guai nel minor tempo possibile, e se non si sente totalmente sicuro ai piedi della parete, l’imbrago lo toglie all’autovettura (lezione imparata il 25-07-04).Fatta questa digressione sulla sicurezza in montanga, torniamo al cuore della conversazione: la corsa in natura. Parlando con amici e anche con fratelli del Clan mi è capitato di sentire: “la montagna non va vissuta correndo ma camminando”, poi però non sono stati in grado di argomentare le loro dichiarazioni, la domanda sorge spontanea: “perchè non dovrei correre sui sentieri, se questo gesto mi aggrada?”.Naturalmente il gesto della corsa è diverso da quello della camminata e non è detto che piaccia a tutti o che tutti ne siano in grado, così come tutte le altre discipline che si possono praticare in montagna: MTB, sci, snowboard, arrampicara, giaccio; per ognuna di queste bisogna avere una preparazione specifica e non ci si può improvvisare se non si vogliono correre grossi rischi, non tutti siamo capaci, e non tutti siamo protati per tutte le discipline sopra citate ma solo per alcune. All’apparenza tutti dovremmo essere capaci di camminare sui sentieri, in sicurezza, ma nemmeno questo è vero, si vedono molti sprovveduti praticare i sentieri come se stessero facendo una passeggiata sul lugo mare, se ne avessi la facoltà manderei a casa più di qualcuno, che si avventura per montagne senza: attrezzatura adeguata, conoscenza del territorio o mappa, e senza saper mettere i piedi in maniera adeguata. Con queste dichiarazioni magari posso sembrare poco simpatico ed un po’ poco democratico, ma vi ricordo che la montagma non è per niente democratica, e quando vuole si prende le anime delle persone che non la aggradano.Correre è semplicemente un gesto diverso dal camminare, che può essere praticato in maniera agonistica, con li cronometro alla mano, o semplicemente per divertimento, io lo pratico perchè mi aggrada, mi fa tornare un po’ bambino: vi ricordate quando da piccoli si correva con le braccia aperte e mimare le ali dell’aeroplano, beh se mai vi capiterà nella vostra vita di correre una discesa in montagna o una cresta, vi sembrerà di nuovo di volare come quando eravate bambini, questo per me è la corsa in montagna: e come sciare senza sci, come volare senza ali, allora adesso vi chiedo: “chi può negare al bambino che c’è in noi di volare?”. Un Trekker che dice ad un Runner che non deve correre è un pò come un Ciaspolaro che dice ad uno sci-alpinista che non deve sciVolare, è un assurdo! Ed il ciaspolaro perchè dovrebbe dire ciò? Solo perchè lui non sà sciare?Ora che sapete come la penso, vi racconterò della corsa che il 18-09-2005 mi ha reso felice….Negli ultimi anni mi sono cimentato in alcune competizioni sportive ed a parte la mia prima maratona nel ’03, ero sempre assillato dal cronometro, dopo tanto allenarsi avrei voluto chiudere la gara in un tempo che avevo stimato a tavolino in base alla mia presunta preparazione. Ogni volta al traguardo, invece di gioire per aver terminato l’impresa con scuccesso, avevo quella sorta di gusto amaro in bocca, un spece di sconfitta personale per non aver raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissato per una manciata di minuti. Che stupido! Invece di essere felice ero triste, questa sì era sindrome da prestazione, contro lo spirito del Clan.Quest’anno ho impararato qualcosa, la vigiglia delle maratona ho partecipato ad un dibattito con alcuni campioni, il presidente dell’associazione Trail Running Italia ed un giornalista di Correre; un campione di nome Campestrin disse: “Non ho strategie ed aspettative, mi adatto alla gara, vedo com’è e agisco di conseguenza, sì cerco di vincere, ma senza un piano prefissato”, io ho pensato: “Beh se non fà piani e pronostici lui, perchè dovrei farli io”. Il giorno seguente, quello della gara, piove, come i giorni precedenti, io mi reco alla partenza della maratona, bevo un caffè al bar e trovo Fulvio Massa, il giornalista, il quale mi chiede: “Allora la corriamo assieme la gara”, facendo seguito ad una mia battuta del giorno precedente, io rispondo: “non sò, non mi piace molto correre con l’acqua”, manifestando la mia incertezza sul fatto di correre la gara oppure no!Poi arriva Simon, altro trail runner del Clan, lui la corre, mi faccio coraggio, decido di correrla pure io, ma non tutta, penso ci sia troppo fango per farla tutta, così la mia non-strategia è: “vai a manetta finchè ne hai, poi ti fermi e prendi la scopa che ti porta a casa”. Arriva lo sparo: partiti, corro a più non posso fino a Campon, correre così senza aspettative è gioia pura, compio il giro di boa, incomincio la via del ritorno, le gambe si fanno sempre più pesanti, a causa del lavoro extra dovuto al fango, ma la testa c’è ancora, ma non per molto; ultima salita sulle piste da sci e li finisco il glucosio, la testa se ne va, la volontà si azzera, vorrei fermarmi a dormire lì dove mi trovo, nel fango; la mia condotta di gara spregiudicata, mi ha presentato il conto, sempre qui me lo presenta (allenamenti e 1a Eco), in questo bosco fradicio prima del prato del Cadolten. Dopo innumerevoli passi stanchi ecco l’asfalto, un ultimo sforzo ed arriverà la discesa, all’ultimo ristoro un bicchiere d’acqua mi rivitalizza, mettendo in circolo le maltodestrine che erano fossilizzate nello stomaco. La discesa non finisce mai sono quasi 900m tutti filati, poi la variante agli ultimi 3Km mi fa sbucare a Borgo Piai, il ponte, l’ultima discesa, le case le conosco, la transenna, una gioia infinita mi assale, gli amici sono numerosi ed applaudono, il traguardo passato col sorriso; sono stato un eternità in quel bosco che non finiva mai, mi sari fermato ma non l’ho fatto perchè a casa dovevo tornare, la gioia infinita di un traguardo inaspettato è la più bella cosa che si possa pretendere da un evento come questo. Finalmente ho imparato: corri per la gioia di correre, non per arrivare, se poi arriverai sarai due volte felice, perchè hai corso e perchè sei arrivato.
Baci, cAlabrones.

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Riccardo Padesi

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